Woyzeck o l’inizio del capogiro

Woyzeck o l’inizio del capogiro
Commenti disabilitati su Woyzeck o l’inizio del capogiro, 04/11/2013, by , in Danza, Kairós, Teatro, Teatro di Ricerca

[“Woyzeck ou l’ébauche du vertige” | di Josef Nadj | coreografia Josef Nadj | con Guillaume Bertrand, Istvan Bickei, Denes Debrei, Samuel Dutertre, Peter Gemza, Josef Nadj, Henrieta Varga | musiche Aladar Racz | designer luci Raymond Blot | direzione tecnica Alexandre De Monte | luci Lionel Colet | produzione Théâtre National de Bretagne, Rennes – Centre Chorégraphique National d’Orléans]

Josef Nadj, regista, coreografo ed artista poliedrico, è originario di Kanitsa, piccola regione ungherese all’interno dell’ex-Jugoslavia. Vive e lavora da tempo in Francia, dirigendo il Centre Coréographique National d’Orleans.
“Woyzeck ou l’ébauche du vertige” è uno dei suoi lavori più famosi, in replica ormai da ben 20 anni. L’ispirazione viene dal capolavoro incompiuto del drammaturgo tedesco Georg Büchner, che di quest’opera scrisse diverse bozze, nessuna delle quali definitiva. Si narrano le tragiche vicende del giovane soldato Woyzeck, che per disperazione e gelosia uccide la donna di cui è innamorato, Marie. Il tormentato protagonista incarna l’archetipo dell’eroe sconfitto, in un moderno “Otello”. Nadj riprende i personaggi e le tematiche, offre citazioni ed omaggi al testo di ispirazione, mescola l’ambientazione ad evocazioni contemporanee, uno su tutti il contesto bellico, reso sullo sfondo dalle immagini dei conflitti della ex-Jugoslavia.

Tutta l’azione si svolge all’interno di una scena stretta, una scatola sovraffollata dagli elementi scenici e dai danzatori presenti per tutto il tempo, anche se talvolta celati ed invisibili. La scenografia è una soffitta dimenticata: tavoli e assi di legno, pagliericci, sacchi, porte prive di cardini, statue di terracotta, e dappertutto legno sporco, vernice strappata, il marrone, la terra, l’usura. Woyzeck o l'inizio del capogiroNella miseria di questa stanza entra una luce fioca e caliginosa, che annulla definitivamente i contrasti, disegnando uno scenario poetico e triste, di forte impatto emotivo.
Lo spazio scenico, un tugurio claustrofobico senza uscita (le porte, in realtà, sono false), è l’emanazione stessa del tormento esistenziale del protagonista. Le immagini che ne vengono fuori, sembrano prese in prestito da un film muto consumato dal tempo, evocato dai ricordi.

All’interno di questa scena, si muove un’umanità deforme e grottesca; i sette performer si mostrano al pubblico ben diversi da ballerini accademici: goffi ed infagottati in ingombranti abiti, vanno alla ricerca di una gestualità esagerata, che ricorda il mimo ed il circo piuttosto che la danza. Si dà la massima importanza all’espressività anche se ogni singola azione è coreografata nei minimi dettagli: le figure si animano, si scambiano, si intersecano con una precisione millimetrica. Nadj prende spunto  dalle arti marziali orientali per i movimenti bilanciati ed essenziali della sua coreografia. Si alternano amore, morte, guerra, povertà, gelosia. Eppure tutto si svolge attutito dalla delicatezza del misurato movimento degli attori. Coi lineamenti coperti da uno strato di argilla, le identità dei personaggi vengono negate: essi diventano dei fantocci dall’umanità fasulla, statue che si animano, golem sudici usciti da uno scantinato senza luce.

Giri e capogiri, visioni oniriche ed atmosfere surreali, in uno spettacolo privo di parole: il racconto procede attraverso immagini evocative, scandite dal ritmo distorto di un pianoforte sgangherato, unico elemento sonoro. La narrazione si ammanta di uno humor scuro, sgangherato e “freak”. L’influenza dell’est Europa si fa sentire nelle connotazioni gotiche che ricordano la Praga degli alchimisti o la moderna Berlino Est. L’esaltazione ed il tormento, impulsi opposti, tante volte hanno ispirato artisti vicini a Büchner ma anche a Nadj, dalla letteratura di Dostoevskij e Kafka, alla regia di Kantor.
Nulla è come appare, ogni cosa può nascondere il suo doppio irrazionale; il sentimento non è altro che un pezzo d’argilla pronto ad essere manipolato, e così l’uomo, spogliato della propria umanità, è destinato a diventare un penoso burattino.

Per ulteriori informazioni: www.josefnadj.com

Lo spettacolo è andato in scena il 12 Ottobre 2013 presso il Teatro Metastasio di Prato all’interno del Festival Contemporanea | Articolo e Fotografie a cura di: Simona Fossi

About Simona Fossi

Toscana d’origine, ma giramondo per vocazione. Dopo la maturità scientifica si dedica all’arte all’accademia di Firenze, poi si specializza con il corso di laurea in Fotografia alla L.A.B.A. (www.laba.biz) La fotografia, a partire dall’analogico è sempre stata presente nella sua vita e testimone delle sue esperienze, dei suoi viaggi, dei suoi cambiamenti. In questi anni ne sperimenta ogni suo aspetto fino a preferire la fotografia in presa diretta, il reportage. La collaborazione con varie associazioni ludiche la porta a ritrarre eventi di giochi di ruolo e animazione teatrale, nonché rievocazioni storiche, anche se il primo approccio con la fotografia di spettacolo è con il teatro di strada. Per questo nel 2009 frequenta il corso di Fotografia Teatrale presso il Centro per la Fotografia dello Spettacolo (www.occhidiscena.it) a San Miniato. Successivamente realizza reportage per eventi come Mercantia (Certaldo), Lucca Comics (Lucca), Carnevale di Venezia, Carnevale di Viareggio, vari festival musicali e di danza. Parallelamente sviluppa un esperienza di ricerca nel reportage musicale e di animazione clubbing con Tillate e la collaborazione col Circo Nero. Crea l’etichetta “Peek or Treat” (www.peekortreat.com) e partecipa al gruppo “Light Motion” (www.lightmotion.it). Nel 2011 vince il terzo premio al concorso “Fotografando la musica” di Musicastrada (www.musicastrada.it). Nel 2012 vince il premio speciale della giuria al concorso “La Prosa in Posa” di Ensarte (www.ensarte.com) ed il primo premio al concorso “Scene da una fotografia” di DoveComeQuando (http://www.dovecomequando.net). Attualmente, oltre a lavorare in proprio, collabora con l’agenzia di fotogiornalismo Kika Press di Milano e di recente con la web-zine di teatro Kairos Magazine. Realizza reportage di scena, eventi, spettacoli, concerti. Dopo l’esperienza con la danza e con l’animazione, si dedica al teatro di sperimentazione con la Compagnia delle Arti Distratte e TeatroAnnoZero. Cerca da sempre di far convergere ogni sua passione nella fotografia, non limitandosi all’osservazione ma immergendocisi dentro… una sorta di metodo Stanislavskij della fotografia.
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