Una Scala per Le Fragole

Una Scala per Le Fragole
Commenti disabilitati su Una Scala per Le Fragole, 28/01/2013, by , in Kairós, Teatro, Teatro Civile, Teatro Educazione

UNA SCALA PER LE FRAGOLE
di Carla Antonini.
Adattamento teatrale e drammaturgia di: Mauro Caminati, Mauro Mozzani, Samantha Oldani. Con Mauro Caminati e Samantha Oldani. Dramaturg Mauro Mozzani. In collaborazione con Manicomics Teatro e Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Piacenz
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Una scala per le fragole racconta la storia di Ada Levi, ebrea della provincia di Piacenza che per evitare la deportazione in campo di concentramento, nell’aprile del 1944 si finge pazza e si fa internare in manicomio.
A farle compagnia, oltre ad Emilio, il guardiano del manicomio, ci sono i fantasmi e le storie di tutti coloro che sono scomparsi nella furia della guerra e nella follia nazi-fascista: il marito, i vicini di casa, parenti ed amici.
Dal suo isolamento alla ricerca di salvezza ci giunge l’eco del dolore e delle voci di coloro che hanno subito l’ingiustizia delle leggi razziali, viaggiando sui treni della morte e soffocando l’angoscia nei campi di sterminio, mentre lei cerca di rimanere in bilico tra sanità e pazzia, tra vita e morte, tra salvezza e condanna, capendo come la follia che alberga tra le mura del manicomio in cui vive sia nulla rispetto a quella che ha invaso il mondo che la circonda
.

Mi chiamo Ada Levi.
Sono ebrea.
Sì.
Ma sono pazza da un anno, e perciò sono qui, in questo Manicomio.
Io li ho uccisi! Tutti e due.
Io li ho salvati, i miei piccoli ebrei… i miei figli!
Tutti e due li ho uccisi.

Li avrebbero mandati lontano, destinazione ignota, come hanno fatto con i loro cugini, con i figli di Gino e la loro maestra, tutti lassù, chissà dove, in posti freddi come la notte. Cosa avrei dovuto fare? Io li ho salvati… Cesarino non è morto malato, nel sonno… e Guido… Non è vero, che Guido è caduto nel pozzo… nel pozzo non c’era nemmeno una scala…
Le voci arrivano, sapete, anche qui. Passano di bocca in bocca come mostruose favole della buona notte…
Si narra che lassù al nord, nel freddo ghiacciato di paesi sconosciuti, esista una città dei bambini, con alti muri a cui non si può sfuggire; tutto ciò che contengono sembra sfiorire e morire: profumi, colori, persino i bagliori della speranza… e ai bambini non resta che sognare, sognare di essere altrove, non più lassù stretti solo dall’abbraccio della fame.
Emilio è l’unico con cui parlo qui dentro, lui me lo dice che da quando c’è la guerra è meglio starsene buoni, fare quello che ti dicono di fare, essere quello che ti dicono di essere, mentire, sopportare… che gli invasori sono pericolosi, che sono ordinati e precisi e che sono così meticolosi da riuscire in una guerra così grande a trovare un puntino piccolo come me.

Resistere. Sopportare. Ma a che prezzo?

A me restano solo le voci, quelle del mio Giulio, di Guido e Cesarino, le voci di tutti quelli che han preso e han già messo sui treni, e finisco pazza davvero se non le sento. Non so più che senso ha tutto questo, forse è più facile credere a Emilio: gli ebrei sono brutti ceffi col naso adunco, la faccia scavata e gli occhi fuori dalle orbite che uccidono i bambini per berne il sangue, accumulano ricchezze e affamano il paese. Siamo tutti i mali fatti uomo.
E la pazza sono dovuta diventare io, matta per salvarmi la pelle, ma sempre meno folle di loro che se ne vanno liberi lì fuori in questi tempi neri di paura.

Emilio ha scoperto il mio segreto e mi aiuta come può.
Anche io conosco il suo: non è così malato come ha detto al medico militare per non andare in guerra… ma adesso Emilio ha paura, ha paura che prendano anche me e io ho paura che lui non esca più da qui, dove non cresce niente. Io qui ci devo restare, ma lui… lui potrebbe andare fuori e magari assaggiare le fragole di mia madre… Le vedo ancora dalla finestra, come da bambina, lei e le altre donne andar verso i campi di fragole in fila come soldati, con la scala sulle spalle mentre cantavano e ridevano tra loro di qualcosa che io non sentivo…. una fragola per ogni uomo buono… Emilio dovrebbe assaggiarle….
Vorrà dire che lo porterò con me, vorrà dire che scapperemo, sì, tutti insieme, con tutti quelli del manicomio e ci cercheremo il nostro treno, un treno colorato, strano e sgangherato come noi. Ci saliremo e arriveremo chissà dove, in un’altra nazione o altrove ancora, dove ci saranno gli applausi e le risate ad accoglierci.
E non ci saranno più cecchini, per le mani tese  fuori dai ghetti. Non ci saranno cani-lupo, per le mani tese dalle fessure dei carri merce. Non ci saranno più angeli ad aspettare le mani tese dai camini nei cieli oscurati di cenere.

Quanto può sopportare il cuore di un uomo?

Testo: Samantha Oldani
Foto: Serena Groppelli

About Serena Groppelli

Classe '79, si laurea a Bologna in storia contemporanea. Studia musica per 10 anni presso il Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza. Incontra e si innamora del teatro grazie ai laboratori teatrali della compagnia “Manicomics Teatro” di Piacenza. Fotografa concerti e spettacoli teatrali, alternandoli a ritratti e foto di location e partecipa ad alcune mostre fotografiche come “Lomowall, edizione 2010”, curata da Biffi Arte e recensita su l'Espresso. Da febbraio a giugno 2011 si specializza presso il corso di alta formazione professionale per fotografi di scena presso “Accademia alla Scala di Milano”. www.serenagroppelli.com
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