La strada dei sentieri che si biforcano

La strada dei sentieri che si biforcano
Commenti disabilitati su La strada dei sentieri che si biforcano, 28/04/2014, by , in Fotogrammi

Ne abbiamo sentito parlare moltissimo, abbiamo letto pareri in genere ponderati ora positivi ora entusiastici, abbiamo captato nei siti stroncature severe quanto ingenerose e gratuite, abbiamo perfino assistito attoniti alle prese in giro di qualche conduttore televisivo che scambia la goliardia per intelligenza perché di quest’ultima ignora l’esistenza. Insomma, è venuta l’ora anche per noi di andare a vedere “La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino che a me e Livia per mille ragioni era ancora sfuggito.

L’abbiamo visto in un silenzio compreso, ogni tanto con la coda dell’occhio sbirciavo la mia fidanzata che non distoglieva lo sguardo dallo schermo e sono convinto che anche lei abbia fatto la stessa cosa con me ottenendo lo stesso risultato. E’ stato come sospendere il fiato e lasciare che lo sguardo si posasse su questo gigantesco affresco dove si accostano lo sguardo indolente del protagonista e l’apparizione improvvisa di una gigantesca giraffa, i dialoghi scarnificanti dove per dirsi la verità ci si fa del male e le danze granguignolesche fatte sull’orlo dell’abisso.

Impossibile farne un riassunto, ve ne siete accorti?, un po’ come è sempre successo per grandi film del passato come, cito a caso, “Uccellacci e uccellini” di Pierpaolo Pasolini e “Amarcord” di Federico Fellini, “Blow Up” di Michelangelo Antonioni e “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick. Talvolta Sorrentino sceglie il registro del sarcasmo come quando disegna il carattere del monsignore che ignora le sollecitazioni religiose preferendo distribuire consigli e ricette gastronomiche. In altri casi usa l’ironia ed ecco che ci accompagna davanti a una mostra fotografica il cui soggetto è lo stesso autore che espone le migliaia di ritratti che gli sono stati fatti e che così documentano la sua intera vita: una critica feroce all’autorefenzialità di tanti autori e alla moda turpe dei selfie.

Ma il tema generale del film si riassume in un assunto molto preciso: noi italiani siamo i custodi di una bellezza che inconsapevolmente abbiamo ereditato e che sicuramente non sappiamo governare. Che fare? Ci siamo detti uscendo dal cinema. Qui è iniziato un bel dibattito che riguarda tutti: “Bisogna essere consapevoli di questo nostro ruolo – dice Livia con passione – e quindi dobbiamo uscire dal torpore, darci da fare, combattere le battaglie e prima ancora aver voglia di affrontarle”.

Per la prima volta da quando ci siamo conosciuti la guardo con un po’ di distacco. “Se solo sapessimo di quanto credito godiamo all’estero per la bellezza che ancora possediamo – prosegue con forza – punteremmo a valorizzare il nostro paese in tutte le sue potenzialità”. Ha ragione, perbacco se ha ragione, ma perché non riesco a condividere il suo modo appassionato di affrontare il problema? “Possediamo una cultura raffinata, non solo quella del passato.

Basta che un nostro studente liceale trascorra un periodo in una scuola americana per rendersi conto di quanta ricchezza possiede nel confronto, e questo nonostante da anni si bombardi l’istituzione scolastica nazionale con ogni specie di contumelie. Persino dal punto di vista naturalistico dove trovate un paese con una varietà paesaggistica come la nostra?”. Peccato che siamo anche bravissimi a devastarla, mi viene subito da obiettare. “C’è chi, stremato, decide di andarsene all’estero. Li chiamano ‘cervelli in fuga’ e ne lodano la preparazione culturale gli stessi che disprezzano la scuola che pure, fra mille difficoltà, li ha formati. Capisco le ragioni personali ma io penso che bisogna provare a resistere stando qua per cambiare le cose”.

Accidenti come è vero, penso, ma mi viene in mente i tanti episodi di disorganizzazione, l’incapacità di prendere decisioni, la mancanza di coraggio in cui tante volte mi sono imbattuto….. “La grande bellezza” ha anche questo gran pregio di suscitare dibattiti che vanno oltre il contenuto del film come noi due, io e Livia, abbiamo ben compreso. Ci lanciamo uno sguardo un po’ malinconico ma che per tutti e due è chiarissimo. Lei resta qui con il suo entusiasmo finché ne avrà, a me è invece passata la voglia: non so dove ma me ne vado da qualche altra parte. Chissà che non ci si reincontri per raccontarci come è andata.

di Roberto Mutti

About Roberto Mutti

Roberto Mutti è storico e critico della fotografia, ha insegnato storia e linguaggio fotografico in diverse scuole (Università dell’Immagine, Istituto Europeo di Design, Open mind School), attualmente è docente presso l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. In qualità di organizzatore e curatore indipendente, ha curato mostre di giovani promettenti e di autori affermati come Fulvio Roiter, Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario De Biasi, Mario Cresci, Occhiomagico, Maurizio Galimberti, Carlo Orsi, Nino Migliori, Mario Dondero, Giuseppe Pino, Luigi Veronesi, Elio Ciol. Ha collaborato con festival come Savignano Immagini, Toscana Fotofestival, Foaino Fotografia di cui è stato per sette anni direttore artistico, Nettuno Photo Festival, Ragusa Fotografia, con gallerie private e istituzioni pubbliche. Ha firmato oltre duecento libri fra saggi, monografie e cataloghi. Giornalista pubblicista, dal 1980 scrive di fotografia sulle pagine milanesi del quotidiano la Repubblica, ha collaborato con diverse testate di settore come Fotografare, Photo Italia, Gente di fotografia, Il fotografo, Fotographia, la Clessidra, dirigendo dal 1998 al 2005 il trimestrale Immagini Foto Pratica e dal 2011 il periodico online Kairòs Magazine. Fa parte del comitato scientifico del Photofestival di Milano e di MIA Milan Image Art Fair ed è consulente fotografico della Fondazione 3M. Ha ricevuto i premi per la critica fotografica Città di Benevento (2000), “Giuseppe Turroni” (2007) e Artistica Art Gallery, Denver, Usa (2011). Vive e lavora a Milano.
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