Sentirsi in Forma

Sentirsi in Forma
Commenti disabilitati su Sentirsi in Forma, 26/10/2013, by , in Fotogrammi, Kairós

E’ un periodo in cui non ne azzecco una. Ieri, per esempio, vedevo la fine di una giornata stressante e ho pensato che un bell’happy hour ci stava bene. Telefono a Livia e le propongo il bar di Forma dove gli aperitivi li fanno benissimo e le cose da mangiare sono proprio appetitose. Apriti cielo! Voi tagliatori di teste pensate solo al vostro sporco lavoro e non avete neppure il tempo e la voglia non dico di leggere i giornali ma neppure di dare un’occhiata alle notizie Ansa sull’iPad. E chi la fermava più? Avrei voluto ribadire che il mio vero lavoro è quello del razionalizzatore (più bello di tagliatore di teste, ne converrete) ma non c’era modo di ribattere tanto più che Livia mi inchiodava chiedendomi se un aperitivo proprio lì era come brindare a un funerale.

Ho atteso il momento opportuno – quello in cui lei doveva riprendere il fiato perché fino ad allora aveva parlato in apnea – per chiedere che cosa era successo per farla reagire in quel modo. “Ma come, non lo sai? Forma chiude!” mi dice calando forte l’accento sul punto esclamativo e aspettando la mia reazione. Ristabilita un po’ di calma, mi faccio spiegare tutta la vicenda: mi siedo a un bar – caffè doppio per favore – attacco l’auricolare e apro il mio solito taccuino su cui prendo appunti, unica concessione al passato pre-tecnologico che mi concedo.

Dunque, Forma apre otto anni fa in una sede ricavata da una parte dismessa del deposito ATM di piazza Tito Lucrezio Caro e da allora diventa un punto di riferimento importante per la fotografia. Prima è una società poi diventa una fondazione: chi ci mette i soldi? La casa editrice Contrasto, va bene. Altri proventi? I biglietti di ingresso, la vendita di libri, la vendita di fotografie d’autore e, ovviamente, alcuni sponsor. Se tutto è andato bene fino ad adesso, allora perché chiudono? Livia sembrava calma nell’esporre ma ora si arrabbia di nuovo e alza la voce parlando di crisi generale che riguarda tutti e anche Forma, certo perché no, mica è un’isola felice.

Quando fa così io stacco la spina, metto il pilota automatico che la ascolta e mi avvisa solo se c’è qualcosa di importante, e intanto attivo l’iPad e mi guardo un po’ di notizie per poterle rispondere in modo adeguato. Alla prima occasione mi inserisco con un’osservazione che credo decisiva: “Ma se Forma è un’iniziativa privata perché chiede al Comune di intervenire?”.

La risposta è fulminante, anche perché Livia ha già metabolizzato le informazioni e mi spiega che mica hanno chiesto soldi al Comune, hanno chiesto di riconoscere la loro vocazione pubblica e hanno offerto un posto nel comitato di gestione in modo da creare un rapporto pubblico-privato tutto da costruire assieme. Questo ultimo aspetto mi sembra interessante e confesso di essere un po’ spiazzato nelle mie certezze: in fondo Milano uno spazio pubblico totalmente dedicato alla fotografia non ce l’ha, questo poteva esserlo solo a metà però…. Sono un po’ confuso però ribatto con una obiezione stavolta inoppugnabile: “Non hanno chiesto risorse al Comune però le hanno chieste ad ATM perché pensavano di trasformare l’affitto in un comodato d’uso gratuito. Se non sono soldi questi….”.

Livia stavolta assume quel suo atteggiamento paziente (la mia fidanzata è un’insegnante, lo sapevate?) che usa quando mi deve spiegare le cose che, lei sostiene, io non capisco. Forma finora ha sempre pagato l’affitto – ci mancherebbe, penso ma non dico per non irritarla – ma ha anche speso a suo tempo un milione di euro per ristrutturare lo spazio che ora ha un valore immobiliare ben diverso da quello che aveva prima quando tutto era inagibile e abbandonato. Inoltre ogni volta che si parla dell’attività lì svolta è inevitabile citare ATM, è una pubblicità indiretta che (questo glielo ho in segnato io) vale molto di più.

Però non pagare l’affitto non si può, su questo sono irremovibile. “D’accordo però, smentite le voci che parlavano di una vendita dello spazio a uno stilista, se da gennaio Forma se ne va, lascia tutto vuoto e inutilizzato. Comunque sia, nessuno pagherà un affitto e, senza contare la brutta figura di chi parla sempre della centralità della cultura, che cosa ci guadagna da tutto ciò ATM?”. Ahimè, colpito e affondato! Non so più che cosa replicare ma un appiglio ce l’ho: “Dai, più tardi vediamoci al bar di Forma così potremo raccontare che lì le mostre erano bellissime ma anche gli aperitivi valevano la pena. Che rabbia però”.

Roberto Mutti, Direttore
Foto: Andrea Angeli

About Roberto Mutti

Roberto Mutti è storico e critico della fotografia, ha insegnato storia e linguaggio fotografico in diverse scuole (Università dell’Immagine, Istituto Europeo di Design, Open mind School), attualmente è docente presso l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. In qualità di organizzatore e curatore indipendente, ha curato mostre di giovani promettenti e di autori affermati come Fulvio Roiter, Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario De Biasi, Mario Cresci, Occhiomagico, Maurizio Galimberti, Carlo Orsi, Nino Migliori, Mario Dondero, Giuseppe Pino, Luigi Veronesi, Elio Ciol. Ha collaborato con festival come Savignano Immagini, Toscana Fotofestival, Foaino Fotografia di cui è stato per sette anni direttore artistico, Nettuno Photo Festival, Ragusa Fotografia, con gallerie private e istituzioni pubbliche. Ha firmato oltre duecento libri fra saggi, monografie e cataloghi. Giornalista pubblicista, dal 1980 scrive di fotografia sulle pagine milanesi del quotidiano la Repubblica, ha collaborato con diverse testate di settore come Fotografare, Photo Italia, Gente di fotografia, Il fotografo, Fotographia, la Clessidra, dirigendo dal 1998 al 2005 il trimestrale Immagini Foto Pratica e dal 2011 il periodico online Kairòs Magazine. Fa parte del comitato scientifico del Photofestival di Milano e di MIA Milan Image Art Fair ed è consulente fotografico della Fondazione 3M. Ha ricevuto i premi per la critica fotografica Città di Benevento (2000), “Giuseppe Turroni” (2007) e Artistica Art Gallery, Denver, Usa (2011). Vive e lavora a Milano.
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