Lettera al mio giudice

Lettera al mio giudice

Luce sul palco. Una scenografia molto povera: un letto e un mobile. Unico protagonista un uomo. È il medico Charles Alavoine che si racconta, si confessa. Come un fotogramma proiettato dalla sua mente appare e scompare una donna. Bella e sensuale, dannatamente fragile, è una pedina senza personalità, attraverso la quale raccontare lo svolgersi dei fatti. L’uomo duro, contenuto, sincero rivela ogni dettaglio, anche quello più intimo. La storia prende forma dal suo punto di vista, la donna è solo la proiezione del suo racconto.

Lo spettacolo riprende il romanzo di Georges Simenon, Lettera al mio giudice e riesce nell’intento dello scrittore: cogliere il segreto di un delinquente – come il protagonista stesso si definisce – più che smascherarlo. Scena dopo scena la scoperta del colpevole è pretesto di un’analisi psicologica. Risuona la voce onnipresente dell’uomo, la donna entra ed esce dalle quinte.

Un incontro travolgente. Aneddoti puntuali, ondate di inattesa felicità e tempeste di tristezza immense, scatti di violenza. Attorno a questo prende forma la storia di passione, gelosia, ossessione morbosa giustificata dal medico verso la sensuale e giovane Martine. Charles non aveva mai provato un sentimento così forte, esclusivo e non è in condizione di governarlo. Fino alla vertigine e alla nausea che lo portano con implacabile lucidità a uccidere Martine. Ciò che lo spinge all’assassinio è il tentativo definitivo di renderla solo sua, per sempre.

Martine, sopraffatta dalla stanchezza e da un opprimente senso di colpa, riconoscendo questo amore malato, si lascia scivolare verso l’autodistruzione, è vittima sacrificale.

Charles durante l’intero spettacolo si rivolge al suo giudice e pretende ascolto e comprensione, mai perdono. Tutti noi siamo giudici, che rabbrividiamo e riflettiamo a riflettori spenti per storie simili quotidiane.

“Siamo in un soffio di vento che già se ne va”… Con la canzone di Neffa cala il sipario su Martine che danza.

 

Articolo a cura di: Ivana Carnevale | Fotografie a cura di: Giorgia Palmisano

Per informazioni: Spazio Avirex Tertulliano

In scena presso lo Spazio Avirex Tertulliano dal 25 al 29 gennaio 2017

[da un romanzo di Georges Simenon | Adattamento e regia GIUSEPPE SCORDIO | con Giuseppe Scordio e con Cristina Sarti | Produzione Spazio Avirex Tertulliano]

 

About Giorgia Palmisano

Giorgia Palmisano, anche nota come Giorgia Sans Merci, nasce nel 1992 a Milano. Vissuta a Palermo fino alla maggiore età, si trasferisce a Milano dove nel 2011 frequenterà l'accademia di fotografia John Kaverdash nella quale, successivamente, lavorerà. Intraprende stage in studi fotografici e nel 2012 si iscrive alla Burlesque School Milano diventandone fotografa ufficiale. Mossa dalla passione per le atmosfere teatrali, personaggi bizzarri, spettacolo e arte retrò in tutte le sue declinazioni, decide di iscriversi nel 2015, all'Accademia Teatro Alla Scala, frequentando il corso fotografi di scena. La sua fotografia, sempre in costante ricerca, vuole esprimere un immaginario senza tempo.
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