La Valchiria della Fura: il Barocco nell’era del 2.0

La Valchiria della Fura: il Barocco nell’era del 2.0
Commenti disabilitati su La Valchiria della Fura: il Barocco nell’era del 2.0, 01/04/2013, by , in Kairós, Opera, Teatro Musicale

La Valchiria è tornata. Dopo il grande successo dell’edizione 2007, anche quest’anno il Maggio musicale fiorentino ha voluto inaugurare la stagione operistica riproponendo il secondo capitolo della saga della Tetralogia del compositore tedesco Richard Wagner, per celebrarne il bicentenario della nascita. La produzione, affidata alla regia della Fura dels Baus e alla direzione di Zubin Mehta, ha marcato una svolta nella storia delle interpretazioni dell’opera, ponendo questo spettacolo come un punto di riferimento per una moderna fruizione del linguaggio wagneriano. Questa versione ha conquistato praticamente tutti. La messinscena ha infatti inchiodato gli spettatori alle proprie poltrone (nonostante le cinque ore in teatro), e tutti hanno capito cosa stava accadendo sul palcoscenico sebbene l’opera fosse cantata in tedesco.

Così come per il Prologo e le altre giornate della Tetralogia, la Fura non ha contestualizzato la narrazione in un determinato momento storico, bensì universalizza il racconto per far capire che il grande poema mitico wagneriano è storia di sempre, anche di oggi. La regia del gruppo catalano ha proposto una interpretazione dell’opera in cui tutti gli elementi – ma proprio tutti – avevano l’obiettivo di sorprendere e sconvolgere. L’allestimento ha incentrato buona parte della sua realizzazione sulla tecnologia, quasi a voler realizzare un barocco “formato 2.0”. La struttura scenica principale era costituita da dodici pannelli sul cui retro venivano proiettate immagini più disparate: dalla fuga del lupo nella tempesta a varie riprese satellitari da Google Earth (il globo terrestre così come lo vedono gli dèi), da semplici sfondi colorati a citazioni da fumetti e dal cinema tedesco in bianco e nero degli anni ’30. Una suggestiva tridimensionalità era poi data dalla presenza di un grande telo trasparente, su cui venivano proiettati effetti speciali che contribuivano a fondere gli attori veri e propri con le immagini, in un tutt’uno di suggestioni e interazioni reciproche. Una parte dell’allestimento scenico di questa Tetralogia era costituito da corpi “in carne e ossa”, come a voler dire che il potere si costruisce sempre sopra il sacrificio di qualcuno: dai corpi-oro che il nano Alberich accumula (quasi a evocare le immagini visionarie di Hyeronomus Bosch), alla stupefacente torre umana che compone il Walhalla (il luogo dove abitano gli dèi), al grande incensiere oscillante (come quello della cattedrale di Santiago di Compostella) formato dai cadaveri degli eroi morti. I costumi (tra i pochi aspetti a non convincere fino in fondo) individuavano una forte contrapposizione tra i mortali e gli dei: vestiti da uomini primitivi i primi, fasciati in metalliche corazze spaziali i secondi. I cavalli di Wotan, Fricka e delle Valchirie erano sostituiti da particolari gru sormontate da un trono, il cui spostamento veniva gestito a vista da particolari operai-attori.

Mentre l’impianto scenografico portava a viaggiare con la fantasia verso distanze siderali grazie alle sue impressionanti proiezioni e ai suoi sorprendenti effetti di luce, la visione musicale di questa partitura fornita da Mehta ha esplorato gli abissi più profondi dell’inconscio, dove germinano i semi dell’universale sentimento d’amore. Mehta ha privilegiato l’introspezione, avvolgendo di una delicatezza struggente l’amore incestuoso dei due gemelli, dando rilievo ai momenti di scelta e di crisi per evidenziare il dramma interiore (e tutto umano) di Wotan, il padre degli dèi.
La somma di queste due opposte linee – la spettacolarità di quella registica e l’intimismo di quella musicale – è la vera forza di questa Valchiria. La Fura ha proposto un modo a tratti epico e a tratti realistico, a tratti preso dai fumetti e a tratti cibernetico e fantascientifico di rendere immediata e accessibile la mitologia wagneriana, facendo convivere questi elementi stilistici così diversi nella stessa scena senza soluzione di continuità. Rivedendola per la seconda volta dopo il 2007 se ne apprezzano sempre la cura visiva e la poliedricità di un’interpretazione fondata sul pastiche di tanti stili diversi, anche se a tratti un po’ disorientante e straniante, e che a volte supera il limite del wagnerianesimo più puro.

Lo scopo del taglio registico era quello di sollevare questioni, aprire nuovi possibili percorsi di approfondimento, mettere in luce i nodi cruciali dell’opera wagneriana senza dare spiegazioni e lasciando aperte tutte le piste. Le domande suscitate dall’interpretazione registica sono state raccolte dalla direzione musicale, che ha tentato di trovare risposte, riportando il mito ad una dimensione umana che riguarda tutti.
La giustapposizione tra l’interpretazione basata sulla sorpresa portata avanti dalla regia e quella fondata sull’introspezione affrontata dalla musica ha portato ad un arricchimento reciproco di entrambe le componenti, permettendo di arrivare al fondo della questione wagneriana, rileggendo l’opera sotto una nuova luce: forse il Barocco, anche nell’era del 2.0, deve passare di qui.

About Simona Fossi

Toscana d’origine, ma giramondo per vocazione. Dopo la maturità scientifica si dedica all’arte all’accademia di Firenze, poi si specializza con il corso di laurea in Fotografia alla L.A.B.A. (www.laba.biz) La fotografia, a partire dall’analogico è sempre stata presente nella sua vita e testimone delle sue esperienze, dei suoi viaggi, dei suoi cambiamenti. In questi anni ne sperimenta ogni suo aspetto fino a preferire la fotografia in presa diretta, il reportage. La collaborazione con varie associazioni ludiche la porta a ritrarre eventi di giochi di ruolo e animazione teatrale, nonché rievocazioni storiche, anche se il primo approccio con la fotografia di spettacolo è con il teatro di strada. Per questo nel 2009 frequenta il corso di Fotografia Teatrale presso il Centro per la Fotografia dello Spettacolo (www.occhidiscena.it) a San Miniato. Successivamente realizza reportage per eventi come Mercantia (Certaldo), Lucca Comics (Lucca), Carnevale di Venezia, Carnevale di Viareggio, vari festival musicali e di danza. Parallelamente sviluppa un esperienza di ricerca nel reportage musicale e di animazione clubbing con Tillate e la collaborazione col Circo Nero. Crea l’etichetta “Peek or Treat” (www.peekortreat.com) e partecipa al gruppo “Light Motion” (www.lightmotion.it). Nel 2011 vince il terzo premio al concorso “Fotografando la musica” di Musicastrada (www.musicastrada.it). Nel 2012 vince il premio speciale della giuria al concorso “La Prosa in Posa” di Ensarte (www.ensarte.com) ed il primo premio al concorso “Scene da una fotografia” di DoveComeQuando (http://www.dovecomequando.net). Attualmente, oltre a lavorare in proprio, collabora con l’agenzia di fotogiornalismo Kika Press di Milano e di recente con la web-zine di teatro Kairos Magazine. Realizza reportage di scena, eventi, spettacoli, concerti. Dopo l’esperienza con la danza e con l’animazione, si dedica al teatro di sperimentazione con la Compagnia delle Arti Distratte e TeatroAnnoZero. Cerca da sempre di far convergere ogni sua passione nella fotografia, non limitandosi all’osservazione ma immergendocisi dentro… una sorta di metodo Stanislavskij della fotografia.
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